domenica 12 luglio 2020

La traduttricedi Rabih Alameddine

Rabih Alameddine è nato ad Ammn, in Giordania, nel 1959, vive e lavora tra San Francisco e Beirut. Di genitori libanesi, è cresciuto tra Kuwait e Libano, ha studiato nel Regno Unito e negli Stati Uniti laurenadosi in ingegneria all'UCLA e ottenendo un MBA all'Università di San Francisco. Dopo aver studiato psicologia clinica, ha intrapreso l'attività di pittore (esponendo a New York e Londra), prima di esordire nella narrativa nel 1998 con il romanzo in forma di vignette Koolaids: The Art of War. Autore eclettico di una raccolta di racconti e cinque romanzi a volte meta-narrativi (Io, la divina del 2001 ad esempio è composto di soli capitoli primi), ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra i quali il Prix Femina Etranger nel 2016 per La traduttrice.
Trama
Aaliya Sobhi, 72 anni, i capelli tinti di blu, vive a Birut nel suo grande appartamento, tra ricordi e insonnia, aspettando l'arrivo del nuovo anno. Aaliya ha dedicato anni e anni a leggere i capolavori della letteratura mondiale per poi tradurli, in silenzio, per puro amore, senza che alcuna traduzione veda mai la luce della pubblicazione. Fuori, per le vie della città, cadono bombe e si odono gli echi di una guerra capace di trasformare giovani pacifici in spie e assassini, come Ahmed, un ragazzo pieno di entusiasmo, profugo palestinese, che anni prima aveva accettato di lavorare gratuitamente per lei e che ben presto però la passione politica aveva strappato all’amore per la cultura e lo aveva trasformato in uno dei grandi torturatori del Libano. Anni dopo Aaliya lo aveva incontrato per chiedergli un'arma con cui difendersi, durante la guerra, in caso di attacco e da allora dormiva con un fucile accanto al letto. Siamo ciò che leggiamo, disse un saggio, e Aaliya è questo: una creatura meravigliosa, fatta di carta, eppure viva, piena di umorismo, che si nasconde da tutto e tutti dentro una vecchia giacca di lana e dietro la letteratura, cercando nei libri l'amore che la sua famiglia non è stata in grado di darle.
Liberamente tratto dal web

domenica 26 gennaio 2020

L'Isola dei fucili di Amitav Ghosh

Amitav Ghosh è Nato a Calcutta l’11 luglio 1956. Figlio di un diplomatico, è cresciuto tra Bangladesh, Sri Lanka, Iran e India. All'età di 13 anni è entrato nella Doon School di Dehradun, mentre la famiglia si era trasferita in Iran. Ha poi frequentato il prestigioso St Steven's College di Delhi, dove ha studiato storia per poi passare all'antropologia sociale per il biennio di specializzazione. Dopo la laurea ha proseguito gli studi a Oxford, grazie a una borsa di studio in antropologia. La sua tesi di dottorato verteva sui rapporti di invidia in un villaggio egiziano dell'Alto Delta, poi descritto nello Schiavo del manoscritto. Tornato a Delhi, ha lavorato come giornalista e antropologo prima di trasferirsi brevemente in Kerala e poi negli Stati Uniti, dove ha conosciuto la moglie Deborah Becker. Per lungo tempo ha insegnato scrittura creativa alla Columbia University di New York ed è stato corrispondente per il New Yorker. Oggi Ghosh vive tra New York e Goa e lavora come antropologo e giornalista.
Trama

Deen Datta, commerciante di libri rari e oggetti d’antiquariato, vive e lavora a Brooklyn, ma è nato nel Bengala, terra di marinai e pescatori. In uno dei suoi ritorni a Kolkata Deen ha la ventura di incontrare Kanai Dutt, un lontano parente ciarliero e vanesio che, per sfidarlo sul terreno delle sue conoscenze del folklore bengali, gli narra la storia di Bonduki Sadagar, che nella lingua bengali significa «mercante di fucili». Bonduki Sadagar era, un ricco mercante che aveva fatto infuriare Manasa Devi, la dea dei serpenti e di ogni altra creatura velenosa, rifiutando di diventare suo devoto. Tormentato dai serpenti e perseguitato da alluvioni, carestie, burrasche e altre calamità, era fuggito, trovando riparo al di là del mare in una terra chiamata Bonduk-dwip, «Isola dei fucili». Braccato, infine, di nuovo da Manasa Devi, per placare la sua ira, era stato costretto a far erigere un tempio in suo onore nelle Sundarban, nelle foreste di mangrovie infestate da tigri e serpenti. La leggenda del mercante dei fucili resterebbe per Deen una semplice storia, se Kanai non aggiungesse che sua zia Nilima Bose ha visto il tempio e sarebbe ben lieta se Deen l’andasse a trovare. Comincia così, per il commerciante di libri rari di Brooklyn, uno straordinario viaggio sulle tracce di Bonduki Sadagar che dalle Sundarban, la frontiera dove il commercio e la natura selvaggia si incontrano, lo porterà dall’India a Los Angeles, fino a Venezia. Un viaggio mirabolante, che attraverserà secoli e terre, e in cui antiche leggende e miti acquistano un nuovo significato in un mondo come il nostro, dove la guerra tra profitto e Natura sembra ormai non lasciare più vie di scampo al di là dei mari.
Liberamente tratto dal web

mercoledì 27 novembre 2019

I leoni di Sicilia di Stefania Auci

Stefania Auci (Trapani 21 novembre 1974) 
Ha iniziato a scrivere ancora bambina fino ai tempi dell’Università. Dopo la laurea ha lavorato per un periodo in uno studio legale, tralasciando la sua vera passione, la scrittura, che ha ripreso quando si è dedicata all'insegnamento. Vive a Palermo con il marito e due figli. È insegnante di sostegno in un istituto tecnico alberghiero tra il quartiere Zen, una delle zone più difficili della città. Ha pubblicato il suo primo romanzo, Florence, nel 2015. Due anni dopo è seguito il saggio La cattiva scuola scritto con Francesca Maccani. Ha pubblicato anche due romanzi storici. Il successo è giunto con la pubblicazione de I leoni di Sicilia dapprima negli Stati Uniti, in Germania, Francia e Paesi Bassi. Soltanto nel 2019 è stato pubblicato in Italia dall’Editrice Nord. Attualmente sta lavorando al secondo volume della saga.
Trama
Dal momento in cui sbarcano a Palermo da Bagnara Calabra, nel 1799, i Florio guardano avanti, irrequieti e ambiziosi, decisi ad arrivare più in alto di tutti. A essere i più ricchi, i più potenti. E ci riescono: in breve tempo, i fratelli Paolo e Ignazio rendono la loro bottega di spezie la migliore della città, poi avviano il commercio di zolfo, acquistano case e terreni dagli spiantati nobili palermitani, creano una loro compagnia di navigazione… E quando Vincenzo, figlio di Paolo, prende in mano Casa Florio, lo slancio continua, inarrestabile: nelle cantine Florio, un vino da poveri – il marsala – viene trasformato in un nettare degno della tavola di un re; a Favignana, un metodo rivoluzionario per conservare il tonno – sott’olio e in lattina – ne rilancia il consumo… In tutto ciò, Palermo osserva con stupore l’espansione dei Florio, ma l’orgoglio si stempera nell’invidia e nel disprezzo: quegli uomini di successo rimangono comunque «stranieri», «facchini» il cui «sangue puzza di sudore». Non sa, Palermo, che proprio un bruciante desiderio di riscatto sociale sta alla base dell’ambizione dei Florio e segna nel bene e nel male la loro vita; che gli uomini della famiglia sono individui eccezionali ma anche fragili e – sebbene non lo possano ammettere – hanno bisogno di avere accanto donne altrettanto eccezionali: come Giuseppina, la moglie di Paolo, che sacrifica tutto – compreso l’amore – per la stabilità della famiglia, oppure Giulia, la giovane milanese che entra come un vortice nella vita di Vincenzo e ne diventa il porto sicuro, la roccia inattaccabile.
Liberamente tratto dal web

martedì 1 ottobre 2019

“Troppa memoria è pericolosa” (piccolo commento a Il Tunnel di Abraham Yehoshua)


In una recente intervista Abraham Yehoshua afferma che “In Israele ogni gruppo etnico afferma la propria memoria storica sacrificando il dialogo e la vita quotidiana (…) Siamo divisi in molti gruppi etnici e siamo esageratamente attaccati alla memoria, e non a quello che accade attorno a noi (…) La troppa memoria si trasforma in una barriera contro l’amicizia e la cooperazione tra persone”. Per Yehoshua quindi “Troppa memoria è pericolosa” e allora il protagonista de Il Tunnel è un uomo alle soglie della demenza, che sta per perdere la memoria e ritrovare la sua umanità. Zvi Luria ha lavorato una vita costruendo strade e tunnel, senza curarsi di dove passano e dove portano, delle persone che ci viaggiano e ci vivono vicino. Per evitare possibili problemi ha anche evitato di conoscere i dettagli personali delle vite dei suoi colleghi, di cui sa praticamente solo nome e cognome. Ma poi i nomi hanno incominciato a svanire dalla sua mente, numeri, indirizzi, avvenimenti e Zvi Luria è cambiato, ha abbassato le difese lasciandosi coinvolgere dagli avvenimenti e dalle persone. E’diventato empatico, ha incominciato a interessarsi alla vita delle persone che incontra e a volerle aiutare e proprio per aiutare un giovane ingegnere e una famiglia di palestinesi (e forse in qualche modo anche sè stesso) progetta il suo ultimo tunnel. Sul tracciato di una strada militare in progettazione infatti, si trova una collina, un luogo ricco di storia (un antico insediamento nabateo) e di vita, e dovrebbe essere distrutta, spianata, cancellata. Invece il tunnel, che passa sotto la collina, protegge chi vi abita, preserva il passato e nasconde il tutto alla vista di chi vi transita. Il tunnel è come la mente confusa e la memoria di Zvi che sta svanendo piano piano, consente di andare oltre gli ostacoli e i problemi. La malattia di Zvi Luria lo lascia senza ricordi, come nudo davanti al tunnel che è il suo futuro, ma non triste e disperato perché non è solo. Vicino a lui ci sono la moglie e i figli che lo amano di un amore saldo e immutabile. Come conclude Yehoshua “L’amore è il fulcro, il più prezioso elemento dell’anima umana (...) Cosa sarebbe l’essere umano senza l’amore”.

domenica 29 settembre 2019

Sonecka di Marina Cvetaeva

Marina Cvetaeva (Mosca 1892 – Elabuga 1941)     
Marina Cvetaeva nacque a Mosca, figlia di Ivan Vladimirovič Cvetaev, filologo e storico dell'arte, e Marija Aleksandrovna Mejn, eccellente pianista. Marina trascorse l'infanzia, insieme alla sorella minore Anastasija e ai fratellastri Valerija e Andrej, figli del primo matrimonio del padre, in un ambiente ricco di sollecitazioni culturali. Marina ebbe dapprima una istitutrice, poi fu iscritta al ginnasio, quindi, quando la tubercolosi della madre costrinse la famiglia a frequenti e lunghi viaggi all'estero, frequentò degli istituti privati in Svizzera e Germania per tornare, infine, dopo il 1906, in un ginnasio moscovita. Nel 1909 si trasferì da sola a Parigi per frequentare lezioni di letteratura francese alla Sorbona. Il suo primo libro, "Album serale", pubblicato ne 1910, conteneva le poesie scritte tra i quindici e i diciassette anni. Il libretto uscì a sue spese e in tiratura limitata, ciò nonostante fu notato e recensito da alcuni tra i più importanti poeti del tempo, come Gumiliov, Briusov e Volosin. Nel 1911 la poetessa si recò per la prima volta nella famosa casa di Max Volosin a Koktebel', una sorta di ospitale casa-convitto dove prima o poi soggiornavano tutti gli scrittori russi. Fu proprio durante la sua prima visita a Koktebel' che incontrò Sergej Efron di cui subito si innamorò e decise di sposarlo. Di lì a poco fu pubblicata la sua seconda raccolta di liriche, "Lanterna magica", e nel 1913 "Da due libri". Intanto, nel 1912, era nata la prima figlia, Ariadna (Alja). Le poesie scritte dal 1913 al 1915 avrebbero dovuto vedere la luce in un volume, "Juvenilia", che restò inedito durante la vita della Cvetaeva. Nel 1917 la Cvetaeva si trovava a Mosca e fu testimone della sanguinosa rivoluzione bolscevica di ottobre. La seconda figlia, Irina, nacque in aprile. A causa della guerra civile si trovò separata dal marito, che si unì, da ufficiale, ai bianchi. Bloccata a Mosca, non lo vide dal 1917 al 1922. A venticinque anni, dunque, era rimasta sola con due figlie in una Mosca in preda ad una carestia così terribile quale mai si era vista. Tremendamente poco pratica, non le riuscì di conservare il posto di lavoro che il partito le aveva "benevolmente" procurato. Durante l'inverno 1919-20 si trovò costretta a lasciare la figlia più piccola, Irina, in un orfanotrofio, e la bambina vi morì nel febbraio per denutrizione. Quando la guerra civile ebbe fine, la Cvetaeva riuscì nuovamente a entrare in contatto con Sergej Erfron e acconsentì a raggiungerlo all'Ovest. Nel maggio del 1922 emigrò a Praga passando per Berlino e, nonostante fosse espatriata, la sua più importante raccolta "Versti I" fu pubblicato in patria. A Praga la Cvetaeva visse felicemente con Efron dal 1922 al 1925. Nel febbraio 1923 nacque il terzo figlio, Mur e in autunno partì per Parigi, dove trascorse con la famiglia i successivi quattordici anni.  In quegli anni il marito Efron, tornato in Russia, cominciò a collaborare con la GPU, partecipando tra l’altro all'uccisione del figlio di Trotskij. Dopo anni di assenza, spinta dalla miseria e dal desiderio dei figli di rivedere la patria, si decise a tornare in Russia. Sperava anche di ritrovare il marito, di cui si erano perse le tracce, ma scoprì che era stato arrestato e fucilato. Si ritrovò sola e senza aiuti, agli occhi dei suoi concittadini era una ex emigrata, una traditrice del partito. Nell'agosto del 1939 sua figlia venne arrestata e deportata nei gulag, ancora prima era stata presa la sorella. Quando l'estate successiva cominciò l'invasione tedesca, la Cvetaeva venne evacuata ad Elabuga, nella repubblica autonoma di Tataria. Abbandonata da tutti e in totale miseria il 31 agosto del 1941 la Cvetaeva si impiccò. Lasciò un biglietto, poi scomparso negli archivi della milizia. Nessuno andò ai suoi funerali, svoltisi tre giorni dopo nel cimitero cittadino, e non si conosce il punto preciso dove fu sepolta.
Trama
Sonecka e Marina si conoscono tramite amici in comune. La prima è un’attrice, la seconda una scrittrice, l’amico in comune un poeta che ha dedicato dei versi a Sonecka. Il triangolo crea la tensione che porta avanti la relazione, almeno all’inizio. Marina è gelosa dell’attenzione che il poeta riserva a Sonecka: vorrebbe avere questa donna straordinaria solo per sé. E invece tutta Mosca se la contende. L’essenza di Sonecka è quanto di più diverso da quella di Marina: tanto la prima è volubile e vulnerabile, tanto l’altra è granitica e inscalfibile. Inevitabilmente tra le due donne si crea una relazione totalizzante, che finisce solo perché, a un certo punto, Sonecka si avvia “verso il suo destino di donna”, ossia verso un uomo. Marina però lo sa già, anche lei ha abbracciato il suo destino, dal 1912 è sposata con Sergei Efron. Il loro amore è estremamente moderno e libero da costrizioni: la donna, infatti, ha anche relazioni con altre persone, come con il poeta Osip Mandelstam, o con la poetessa Sofia Parnok. Negli anni della relazione con Sonecka, il marito di Marina è dato per disperso e la donna vive con le due figlie nella miseria. Suo unico sollievo, l’arte e gli artisti di cui si circonda. E, ovviamente, l’amore per Sonecka.
Liberamente tratto dal WEB