mercoledì 13 dicembre 2017

Il Gabbiano di Sándor Márai


Sándor Márai (Sándor Károly Henrik Groschenschmied de Mára) (Kosice 11 aprile 1900 - San Diego 22 febbraio 1989)
Márai nacque a Kassa da un'antica famiglia sassone della piccola nobiltà ungherese, in una famiglia di quattro figli di cui è il maggiore. Studiò giornalismo presso l'Institut für Zeitungskunde dell'Università di Lipsia per poi spostarsi a Francoforte sul Meno e Berlino, senza però conseguire mai la laurea. Per un breve periodo accarezzò l'idea di scrivere in tedesco, scegliendo però alla fine la lingua materna, l'ungherese: in questo periodo appaiono i primi articoli sulla rivista Der Drache dell'editore sassone Hans Reinmann. Più tardi iniziò una collaborazione con uno dei più prestigiosi quotidiani tedeschi, la Frankfurter Zeitung. Nel 1917 pubblicò la sua prima opera, una raccolta di poesie dal titolo Il libro dei ricordi. Nel 1923 si sposò con una donna di origini ebraiche, Ilona Matzner, ma la coppia non riuscì ad avere figli (più tardi, alla fine della II guerra mondiale, avrebbero adottato un orfano di guerra, János). Márai visse agiatamente per un certo periodo a Berlino, prima della disastrosa crisi economca che colpì in quegli anni la Germania, poi fu inviato a Parigi come corrispondente. Nella capitale francese però non riuscì a mantenere lo stesso tenore di vita del passato e in poco tempo si ritrovò in gravi ristrettezze economiche. Nel 1928 fece ritorno in Ungheria, disorientato e confuso, in cerca di un nuovo lavoro e della possibilità di comporre prose più lunghe ed elaborate nella lingua madre. Proprio questo periodo corrisponde alla sua fase più produttiva: sviluppò decine di lavori. Negli anni trenta acquistò visibilità e fama con il suo stile chiaro e preciso, impregnato di realismo e fu il primo a recensire le opere di Kafka. Risale al 1934 il suo primo successo, con il libro Confessioni di un borghese. Scrisse commenti entusiastici sul Primo Arbitrato di Vienna, ma non risparmiò critiche al regime nazista e a quello comunista, che salì al potere dopo la guerra. Profondamente antifascista, riuscì a scampare al conflitto mondiale, ma le persecuzioni dei comunisti lo costrinsero ad abbandonare l'Ungheria nel 1948. Si rifugiò in Svizzera fino al 1950 e da lì si spostò a Napoli vivendo sempre in condizioni precarie, per poi trasferirsi negli Stati Uniti, dove acquisì la cittadinanza nel 1957. Si stabilì nella città di San Diego e continuò a scrivere in lingua madre, ma non fu pubblicato in inglese fino alla metà degli anni novanta. Quando il figlio János si sposò, decise di americanizzare il proprio nome: questo rifiuto del su suo retaggio ungherese creò un grave contrasto con i genitori. Màrai e la moglie decisero quindi di tornare in Italia, e si stabilirono a Salerno all'inizio del 1968. Qui, isolato dal mondo culturale ma vicinissimo ai ceti popolari, lo scrittore visse fino al maggio 1980, quando decise di ritornare a San Diego a causa di un'infezione intestinale mal curata. Dopo la morte della moglie per cancro, seguita da quella del figlio, Márai cominciò a isolarsi sempre più, fino a quando, nel febbraio 1989, si suicidò con un colpo di pistola alla tempia; secondo le sue volontà, il corpo fu cremato e le ceneri furono disperse nell'Oceano Pacifico. 

Trama
Quando la giovane donna che ha chiesto udienza (e che lui ha accettato di ricevere nonostante l'ora tarda) entra nel suo ufficio, il consigliere del ministero degli Interni ha una bizzarra reazione: una "delirante, tremenda ilarità si diffonde nelle sue membra come un formicolio". E così che deve ridere il diavolo, pensa l'alto funzionario, "allorché si rende conto che, sia pure in modo deforme e orribile, il suo volto assomiglia a quello di Dio". Perché la splendida creatura che gli sta di fronte è il doppio perfetto di un'altra: colei che molti anni prima, nella penombra di una stanza, gli aveva chiesto, con voce lievemente roca, citando Lord Lyttelton: "Tell me, my Heart, if this be Love?". Poco tempo dopo quella donna si era uccisa, e per amore di un altro. E adesso è tornata, pensa l'uomo: adesso che lui ha quarantacinque anni, e comincia a sentirsi vecchio; e proprio oggi, quando ha appena controfirmato un documento che getterà il suo Paese nella tragedia della guerra. Ma la giovane seduta davanti alla sua scrivania dice di venire dal Nord e di chiamarsi Aino Laine: un nome che in finlandese significa Unica Onda. Che cosa vuole? Una borsa di studio, dice, un permesso di soggiorno... Ma forse non tutto è così limpido, e il consigliere di Stato lo scoprirà al termine di una lunga notte in cui quella donna, comparsa all'improvviso nella sua vita come un gabbiano planato da lontananze boreali, si mostrerà più enigmatica e indecifrabile di quanto avesse immaginato.

Liberamente tratto dal Web
 

 

venerdì 24 novembre 2017

Quel che resta di Mr. Steven

 
"Quel che resta del giorno" è un romanzo intenso e commovente. Il maggiordomo Steven parte per un viaggio attraverso la campagna inglese e si trova a viaggiare nel proprio passato, ricordando gli episodi salienti della sua vita. Trovarsi fuori dalle mura protettrici e rassicuranti di Darlington Hall è per lui, abituato a una rigida routine quotidiana, un'esperienza quasi destabilizzante. Dall'esterno però può guardare con maggiore distacco gli avvenimenti passati di cui è stato testimone, le scelte a volte discutibili del suo datore di lavoro e la sua vita professionale. La sua lealtà e fedeltà verso Lord Darlington sono totali, al punto da renderlo cieco di fronte agli errori che ne hanno causato il declino e la rovina. Più duro è invece verso sè stesso, impegnato fino allo spasmo nel tentativo di diventare il maggiordomo perfetto.
Mr. Steven è una persona incapace di relazioni umane spontanee e di manifestare (e forse anche di provare) affetto. Ossessivo e meticoloso al limite del maniacale nell'eseguire il suo lavoro, può quasi rasentare il patologico.
Ishiguro con grande maestria ci fa immergere nel mondo di Mr. Steven e nei suoi pensieri. E' come se vedessimo attraverso i suoi occhi. Il linguaggio quasi ottocentesco ci trasporta in un epoca che vedeva in onore e dignità i valori su cui basare una vita. Un epoca che la Seconda Guerra Mondiale ha bruscamente e per sempre cancellato e di cui Mr. Stevens è un patetico superstite.
Nonostante (o forse proprio per) i suoi limiti il maggiordomo Steven ci suscita tenerezza e fino alla fine speriamo che possa superare i suoi limiti, ma sappiamo che non sarebbe in grado di lasciarsi andare ai sentimenti e alla vita. Così lo riaccompagnamo tra le rassicuranti pareti di Darlington Hall, dove l'attende il gravoso impegno di diventare il maggiordomo perfetto per il nuovo proprietario.

venerdì 20 ottobre 2017

Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro


Kazuo Ishiguro (Nagasaki 8 novembre 1954). Di origine giapponese, all'età di sei anni si trasferisce con la famiglia nel Regno Unito. Si laurea nel 1978 in letteretura e filosofia. Diviene cittadino britannico nel 1982 abbandonando definitivamente la cittadinanza giapponese. Attualmente vive a Londra con la moglie scozzese, Lorna MacDougall, assistente sociale, e la loro figlia Naomi. Scrive in lingua inglese e si firma col cognome preceduto dal nome. Come molti altri scrittori di origini diverse, ha dato un sostanziale apporto alla letteratura inglese più recente, introducendo elementi stilistici delle culture d'origine. La sua attenzione ai particolari e alle atmosfere, sempre descritte con infinita cura, ricorda i grandi romanzieri nipponici classici. Nel 1986 ha vinto il premio Withbread per il suo secondo romanzo: Un artista del mondo fluttuante. Nel 1989 ha avuto un nuovo prestigioso riconoscimento, il premio Booker, per il suo romanzo Quel che resta del giorno dal quale è stato tratto il film omonimo di James Ivory. Nel 2005 vince il Premio Alex con non lasciarmi. Anche questo romanzo è diventato un film. Il suo settimo romanzo, Il gigante sepolto del 2015, dopo dieci anni di silenzio, è un romanzo mitologico, ambientato nella Britannia del V secolo, con orchi, draghi e giganti. Nel 2017 vince il premio Nobel per la letteratura.
Trama
Oxforshire, Inghilterra. Estate 1956. Figlio di maggiordomo, e maggiordomo egli stesso, l'anziano Stevens ha trascorso gran parte della sua vita in una antica dimora inglese di proprietà di Lord Darlington, gentiluomo che egli ha servito con devozione per trent'anni. Con altrettanta fedeltà egli si accinge ora a entrare al servizio del nuovo proprietario di quella dimora, l'americano Mr. Farraday, desideroso di acquisire, assieme ed attraverso la casa, anche quanto di antico, per storie e tradizione, a essa si accompagni. Ed è su invito del nuovo padrone che Stevens intraprende, per la prima volta nella sua vita, un viaggio in automobile nella circostante campagna inglese per recarsi da Miss Kenton, che negli anni Venti e Trenta era stata governante a Darlington Hall, per sondare la sua disponibilità a tornare a lavorarvi. Durante il viaggio ripercorre le tappe della sua vita di lavoro, della quale era fiero, ma che ora gli si rivela priva di contenuto, rendendosi conto di avere per quella sacrificato la sua vita privata. Ligio al dovere e convinto di dover essere sempre irreprensibile, si mantiene impassibile anche davanti alla morte del padre e non riesce a esprimere i sentimenti che prova per Miss Kenton. Mr. Steven ha vissuto di illusioni, come il suo padrone, Lord Darlington, che aveva simpatizzato per la Germania nazista durante la guerra e alla fine per questo cadrà in disgrazia, rovinando la sua reputazione pubblica.
Liberamente tratto dal web

mercoledì 20 settembre 2017

Nostalgia di Eshkol Nevo

Eshkol Nevo (Gerusalemme 1971)
Dopo un'infanzia trascorsa tra Israele e gli Stati Uniti completa gli studi di psicologia presso l'università di tel Aviv per poi lavorare per otto anni come pubblicitario, impiego in seguito abbandonato per dedicarsi alla scrittura. Oltre a Nostalgia, vincitore nel 2005 del Book Publisher's Association's Golden Book Prize, pubblica i romanzi La simmetria dei desideri e Neuland, una raccolta di racconti intitolata Bed & Breakfast e un saggio intitolato The Breaking Up Manual. Insegna scrittura creativa presso numerose università israeliane.
Trama
Un tempo campo di transito per i nuovi immigrati dal Kurdistan, Maoz Tzion, detto il Castel per via di un fortino in cima a una collina, è ora un insieme indistinto di villette e baracche, di case e macerie, strade linde e vicoli fatiscenti. Dopo tante catapecchie condivise, i litigi per i conti e i turni per la doccia, Amir, studente di psicologia a Tel Aviv, e Noa, studentessa di fotografia a Gerusalemme, hanno preso casa al Castel. L’appartamento è solo un bilocale con un salotto grande quanto una cucina, una cucina grande quanto un vano doccia e un vano doccia con la spatola per tirare via l’acqua quando si allaga. Ma per Amir e Noa è un palazzo dove possono vivere come un re e una regina, girare per il salotto in mutande e fare l’amore dappertutto, a qualunque ora, senza temere che il coinquilino rientri in anticipo. Dietro il muro del loro appartamento abita il padrone di casa, Moshe Zakian. Moshe ha soltanto due anni piú di Amir, anche se è già marito di Sima e padre di due bambini. Non parla granché, preferisce fare, aggiustando qualunque cosa. E sua moglie Sima, che al contrario parla sempre e ha la battuta pronta, è il suo grande amore. Nell’appartamento di fronte vive il piccolo Yotam che si sente trascurato da quando Ghidi, il fratello grande, è morto soldato in Libano.
Nei paraggi si aggira Saddiq, il muratore arabo. Per prenderlo in giro, gli altri muratori lo chiamano Shaikh Saddiq, perché non sgarra di un millimetro quando si tratta di fare le misurazioni. Saddiq non ha una casa al Castel, ma vorrebbe averla, anzi riaverla. Nell’appartamento sopra il bilocale di Amir e Noa, quello costruito come una volta, pietra su pietra, prima che arrivassero i coloni ebrei, vivevano, infatti, i suoi. Sotto il mattone sopra la porta d’ingresso, dentro un sacchettino avvolto nella carta da giornale, sua madre ha nascosto qualcosa di importante per lei che Saddiq vorrebbe riportarle indietro.
Quattro case e un desiderio struggente di trovare il proprio posto nel mondo, nel momento in cui il proprio mondo, Israele e le infinite anime che lo compongono,  è sconvolto dall’assassinio del Primo Ministro Yitzhak Rabin.
Liberamente tratto dal web

 

martedì 11 luglio 2017

Le otto montagne di Paolo Cognetti


Paolo Cognetti (27 gennaio 1978 ) ha studiato matematica all'università e letteratura americana da autodidatta. Abbandonati gli studi accademici, nel 1999 si è diplomato alla Civica Scuola di Cinema di Milano, e con un amico ha fondato una casa di produzione indipendente, Cameracar, per la realizzazione di documentari a carattere sociale, politico e letterario.  Come narratore ha esordito nel 2003 con il racconto Fare ordine. Negli anni seguenti ha pubblicato le due raccolte di racconti Manuale per ragazze di successo (2004) e una cosa piccola che sta per esplodere (2007) e il "romanzo di racconti" Sofia si veste sempre di nero (2012), tutti vincitori di numerosi premi. Dopo una serie di documentari sulla letteratura americana ha pubblicato nel 2010 New York è una finestra senza tende e nel 2014 Tutte le mie preghiere guardano verso ovest. Nel 2015 ha inoltre curato per Einaudi l'antologia New York Stories. L'altra passione di Cognetti è la montagna, dove trascorre in solitudine alcuni mesi all'anno, da questi eremitaggi è nato un diario Il ragazzo selvatico (2013) Nel 2014 è uscito A pesca nelle pozze più profonde, una meditazione sull'arte di scrivere racconti. Nel 2016 è uscito Le otto montagne, che ha vinto il Premio Strega 2017.

Trama
Pietro è un ragazzino di città, solitario e un po' scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune, fondativa: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre, anche nella tragedia, e l'orizzonte lineare di Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia. Quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo «chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l'accesso» ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E lí, ad aspettarlo, c'è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche. Iniziano cosí estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri piú aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, «la cosa piú simile a un'educazione che abbia ricevuto da lui». Una volta cresciuto Paolo diventa un documentarista e divide il suo tempo tra le montagne dell'infanzia, dove ritrova l'amico Bruno, e le vette himalayane.
Liberamente tratto dal web

mercoledì 3 maggio 2017

L'isola di Arturo di Elsa Morante

Elsa Morante (Roma 1912-1985).
Figlia naturale d'una maestra ebrea (Irma) e di un impiegato delle poste, alla nascita fu riconosciuta da Augusto Morante, già marito di Irma, e sorvegliante in un istituto di correzione giovanile. Elsa crebbe insieme ai fratelli più piccoli. Elsa Morante iniziò giovanissima a scrivere filastrocche e favole per bambini, poesiole e racconti brevi, che pubblicò su varie riviste anche sotto pseudonimi maschili.  Il suo primo libro fu proprio una raccolta di racconti giovanili, Il gioco segreto (1941), seguito, da un libro per ragazzi, intitolato Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina. Nel 1936 conobbe lo scrittore laberto Moravia, che sposò il 14 aprile 1941. Durante la seconda guerra mondiale, Morante e Moravia lasciarono Roma ormai occupata, e si rifugiarono in un paesino in provincia di Latina, a pochi chilometri dal mare. Tale parte d'Italia apparirà di frequente nelle opere narrative successive dei due scrittori; Elsa Morante ne parla soprattutto nel romanzo La Storia. Per il tramite di Natlia Ginzburg, Elsa Morante pubblicò il suo primo romanzo, Menzogna e sortilegio, nel 1948. Grazie al sostegno del critico Giacomo Debenedetti, quello stesso anno il libro vinse il Premio Viareggio. Gli anni successivi a Menzogna e sortilegio furono caratterizzati da un accentuato interesse per il cinema, che anche in seguito non l'abbandonò più. Tra il 1951 e il 1952 Elsa Morante tenne alla radio anche una rubrica di critica cinematografica, che si concluse con le sue dimissioni a causa di un atto di censura subito dalla dirigenza RAI. L'interesse per il cinema, comunque, non scemò, anzi si rafforzò grazie all'amicizia con Pasolini. Il successivo romanzo di Elsa Morante, L'isola di Arturo del 1957, riscosse grande successo di pubblico e di critica. Nel 1958 uscì la raccolta di 16 poesie Alibi, che comprende, oltre alla lirica del titolo e le varie altre poesie che erano già state incluse all'interno dei romanzi Menzogna e sortilegio e L'isola di Arturo, anche la poesia Avventura. Durante i primi anni sessanta la scrittrice allestì una seconda raccolta di racconti, pubblicata da Einaudi nel 1963: Lo scialle andaluso, in cui confluirono alcuni dei racconti già pubblicati nel Gioco segreto, assieme ad altri più recenti. Nel 1965 pubblicò, dopo averla presentata in più occasioni a Torino, Milano e Roma, la conferenza Pro o contro la bomba atomica. Breve saggio di grande impegno morale, è il testo in cui Elsa Morante espose con maggior coraggio e chiarezza la sua poetica: la poesia mantiene viva la realtà, e sconfigge l'irrealtà. Morante e Moravia si separarono nel 1961, senza però mai divorziare. Nel 1968 pubblicò Il mondo salvato dai ragazzini, una raccolta, o un canzoniere, che unisce in modo originale forme di poesia tradizionale, canzoni, un atto unico teatrale. Poi, a partire dal 1971, riprendendo alcuni personaggi e temi dal vecchio progetto di Senza i conforti della religione, avviò la stesura del romanzo La storia, che uscì nel 1974.L'ultimo romanzo di Elsa Morante fu Aracoeli del 1982. Dopo l'uscita del libro scoprì di essere gravemente ammalata; tentò il suicidio nel 1983, ma fu salvata in extremis dalla sua governante, Lucia Mansi. Ricoverata in clinica, fu sottoposta a una complessa operazione chirurgica, che però non le giovò molto. Morì nel 1985 a seguito di un infarto.

Trama
Ambientato intorno al 1938. Arturo Gerace è nato sull'isola di procida e vive lì l'infanzia e l'adolescenza. L'isola racchiude tutto il suo mondo, e tutti gli altri posti esistono per lui solo nella dimensione della leggenda. Passa il suo tempo a leggere storie, a studiare l'atlante per progettare i suoi viaggi futuri e a fare fantasie sulla figura del padre che crede il più grande eroe della storia. Arturo è orfano della madre, morta nel darlo alla luce, e non ha mai conosciuto una donna: nei momenti di assenza del padre vive esclusivamente in compagnia della sua bianca cagna Immacolatella a cui è molto legato. Quando il padre porta a casa Nunziata, una nuova sposa, Arturo ne è inconsapevolmente attratto e prova sentimenti contrastanti che non riesce a spiegarsi; non riesce nemmeno a chiamarla per nome reputandola, almeno all'inizio, un essere brutto e inferiore e non tollerando che ella possa sostituirsi alla madre defunta. Nelle lunghe assenze del padre sono loro soli a vivere nella grande casa. Nunziata cerca di instaurare un rapporto con Arturo, ma lui, geloso delle attenzioni che Wilhelm le riserva nei primi mesi di matrimonio, oppone un muro impenetrabile. Tutto cambia quando a loro si aggiunge il piccolo Carmine Gerace, il figlio di Nunziatella e del padre. Durante la notte del travaglio, Arturo sente Nunziata urlare e disperarsi, ha il terrore che, come sua madre, anche la matrigna possa morire di parto. Dopo la nascita del bambino, Nunziatella si dedica completamente a Carmine e Arturo ne diventa terribilmente geloso. La sua gelosia per la maternità di Nunziata è tale che, per attirare l'attenzione della matrigna, decide di inscenare un suicidio ingurgitando delle pastiglie di sonnifero. La dose ingerita, che Arturo sapeva con certezza non essere sufficiente a uccidere un uomo, si rivela però abbastanza forte per un ragazzo, e così Arturo trascorre circa una settimana a letto, in un torpore surreale durante il quale gode della attenzioni di Nunziatella, sempre al suo capezzale, preoccupata per il figliastro. Appena guarito, Arturo per la gioia le corre incontro e la bacia sulla bocca, chiamandola per la prima volta per nome. Rimane stupito nell'essere rifiutato dalla matrigna e dalla paura che la donna dimostra nei suoi confronti. Ormai evitato dalla matrigna, Arturo fa conoscenza di un'amica di Nunziatella, Assunta, una giovanissima vedova che lo inizia al sesso. Pur non amando Assuntina, Arturo intreccia con lei una relazione, per sfogare l'amore represso verso Nunziatella; quando scopre di non essere l'unico amante della donna, deluso, la abbandona ingiuriandola. Al ritorno di Wilhelm Gerace a Procida, Arturo, che ha preso l'abitudine di aspettare suo padre ogni giorno al molo come da bambino, vede il padre, che, agitato, gli dice di precederlo a casa. Arturo invece aspetta, stupendosi dell'agitazione e dell'inquietudine di Wilhelm, e scopre che il padre stava aspettando lo sbarco di un carcerato, un giovane bruno, dall'aria indifferente che immediatamente desta l'antipatia e l'odio di Arturo. Wilhelm conduce una vita schiva, ignorando la moglie e i figli; nei suoi disperati vagabondaggi estivi rifiuta perfino la compagnia di Arturo. Un pomeriggio Arturo si imbatte per caso in Wilhelm e lo segue di nascosto, arrivando fino al Penitenziario dell'isola, dove il padre si mette a cantare rivolto a una delle finestre. Non ricevendo risposta, Wilhelm si mette a fischiare in un codice che Arturo pensava essere un segreto tra lui e suo padre. Finalmente, il carcerato si mostra alla finestrella e fischia in risposta, in codice, un insulto: "parodia". Alla vigilia del compleanno di Arturo, rincasando a tarda sera il ragazzo trova il carcerato, Tonino Stella, rilasciato per amnistia e ospite di Wilhelm. Da lui scopre che il padre, ch'egli ha sempre creduto un grande viaggiatore e un eroe, non si allontana mai di molto durante i suoi viaggi. Si intuisce una relazione omosessuale tra Wilhelm Gerace e Tonino Stella, che per un viaggio di 15 giorni verrà ricompensato con un capitale sufficiente da permettergli, al suo ritorno a Roma, di aprire un garage e di sposare la sua ragazza. All'arrivo di Wilhelm, Arturo litiga col padre. L'indomani mattina, Arturo rifiuta anche l'ultimo tentativo conciliante del padre, diretto al porto di Procida. Il giorno successivo confessa il suo amore a Nunziata e tenta di baciarla, ma, respinto, lotta con lei, ferendole il lobo dell'orecchio. Fugge allora, con l'intenzione di andarsene per sempre dall'isola e si nasconde in una grotta per non essere trovato. Incontra Silvestro, il garzone che gli aveva fatto da "balio" e si era preso cura di lui nei primi anni di vita, allattandolo con latte di capra e decide di prendere il piroscafo insieme a lui, il giorno seguente, i due decidono di arruolarsi come volontari nella seconda guerra mondiale, per mettersi alla prova in combattimento, come Arturo ha sempre sognato durante l'infanzia. Silvestro va alla casa dei Gerace e riferisce a Nunziata il messaggio affidatogli da Arturo: che il ragazzo è già partito e gli ha chiesto di preparare una valigia con tutti i suoi scritti e le sue cose. Nunziata consegna a Silvestro l'orecchino d'oro che Arturo le ha strappato nella baruffa della mattina e un pezzo di pizza dolce, che aveva cucinato apposta per il compleanno del figliastro, perché li porti ad Arturo. Arturo, insieme a Silvestro, lascia Procida, e non guarda l'isola allontanarsi e confondersi all'orizzonte, ma riapre gli occhi solo quando ormai è sparita allo sguardo.
 
Liberamente tratto da Wikipedia

mercoledì 29 marzo 2017

Il Principio di Jerome Ferrari


L'autore: Jerome Ferrari è nato nel 1968 a Parigi. Ha  insegnato filosofia nei licei di Porto-Vecchio, di Algeri e di Ajaccio, Attualmente insegna al liceo francese di Abu Dhabi. Nel 2012 ha ottenuto il premio Goncourt per il suo libro Il sermone sulla caduta di Roma. I suo altri libri sono Aleph zéro del 2002, Dans le secret  del 2007, Balco Atlantico del 2008, Un dieu un animal del 2009 e Où j'ai laissé mon âme del 2010. Il principio è il suo romanzo più recente (2016).
La trama: Il “principio di indeterminazione” del fisico tedesco Werner Heisenberg afferma che non è possibile conoscere simultaneamente posizione e velocità di un elettrone: se se ne determina esattamente la posizione, la velocità diventa una totale incognita, mentre quando se ne misura la velocità a diventare vaga è la sua posizione. Tale principio è alla base della fisica quantistica, che a sua volta è stata il punto di partenza per la realizzazione della bomba atomica. Servendosi di documenti d’archivio, corrispondenze, autobiografie e registrazioni dei servizi segreti britannici, ol romanzo ripercorre la vita di Heisenberg dai suoi albori come brillante studente, poi giovanissimo professore all’università di Lipsia, e ancora premio Nobel per la fisica nel 1932, fino alle sue controversie con Einstein, allo scoppio della Seconda guerra mondiale e alla sua controversa posizione nei confronti del regime nazista, che solleva nell’uomo Heisenberg una quantità di problemi morali difficilmente risolvibili. Ma il libro è tutt’altro che una storia di Heisenberg e del suo periodo: prendendo spunto dal suddetto principio, Ferrari sembra riproporlo come principio generale dell’esistenza, di cui l’indeterminazione diventa appunto la caratteristica principale. È un testo profondissimo e leggero insieme, drammatico e ironico allo stesso tempo, contemporaneamente di facile e difficile lettura, oscillante con tale disinvoltura tra tutti questi contrasti apparentemente inconciliabili che verrebbe quasi voglia di definirlo indeterminato.
 
Liberamente tratto dal web

domenica 12 febbraio 2017

Il seme sotto la neve di Ignazio Silone

L'autore: Ignazio Silone
, pseudonimo e poi nome legale, di Secondo Tranquilli (Pescina 1/5/1900 - Ginevra 22/8/1978).
Può annoverarsi tra gli intelletuali italiani più conosciuti e letti in Europa e nel mondo. Il suo romanzo più celebre, "Fontamara", è stato tradotto in innumerevoli lingue. Tra il '46 e il '63 ha ricevuto ben 10 candidature al Premio Nobel per la letteratura.
Per molti anni esule antifascista all'estero, ha partecipato attivamente ed in varie fasi alla vita politica italiana, animando la vita culturale del paese nel dopoguerra; come scrittore è stato spesso osteggiato dalla critica italiana e solo tardivamente riabilitato, mentre all'estero è stato sempre particolarmente apprezzato.
Ignazio trascorre l'infanzia nel paese natale abruzzese di Pescina, che nel 1915 è distrutto da un terremoto. In quella tragedia perde la madre ed altri numerosi suoi familiari e questa esperienza lo segna profondamente e emergerà in molti suoi scritti. Dopo il terremoto Ignazio e un fratello finiscono in collegio a Sanremo dove incontra Don Orione che si prende cura di loro e con cui intrattiene per anni un costante rapporto epistolare.
Dopo aver appreso alcune notizie circa ruberie e malversazioni da parte delle autorità che avevano colpito alcuni paesi della Marsica nel periodo del dopo-terremoto, Silone si fa paladino delle ingiustizie patite da quei "cafoni" (che descriverà con passione nel suo capolavoro letterario) e decide di inviare una circostanziata denuncia all'Avanti!, tramite tre lettere pubblicate sul "foglio" socialista ma che non producono gli effetti sperati. Si iscrive quindi alla Lega dei Contadini e, alla fine del 1917, la sua scelta politica può dirsi compiuta con l'abbandono degli studi e del paese natale per recarsi a Roma, dove si iscrive alla Unione Giovanile Socialista. Negli anni seguenti aumenta il suo impegmo fino a essere uno dei delegati del partito al congresso della Terza Internazionale che si tiene a Mosca, dove conosce Lenin, ne resta però deluso.
Nel periodo in cui il Fascismo inizia la sua scalata al potere Silone è impiegato nella redazione de Il Lavoratore, viene ben presto arrestato e si rifugia in seguito a Berlino. viene poi mandato in Spagna come corrispondente di un giornale dei comunisti francesi. Vive poi a Parigi, ma nel 1925 è arrestato e estradato in Italia. Controllato dalla polizia, si rifugia nella sua Pescina dove conduce una vita ritirata, ma non per questo meno densa di contatti con il partito nel quale inizia ad avvicinarsi alle posizioni filo-moscovite di Gramsci. Nel 1926 il partito Comunista entra nella clandestinità, trasferendo la segreteria politica a Sturla; qui si trasferisce anche Silone, dove inizia ad occuparsi di far stampare l'Unità. In seguito si trasferiranno in Svizzera. Nel 1931, per le sue posizioni anti staliniste, viene espulso dal partito.
Inizia un periodo molto buio per Silone. Fuori dal partito per cui si era speso per tanti anni, ammalato, esule braccato e ricercato e privo di mezzi di sostentamento tanto più che gli vengono anche a mancare i contributi del partito e moralmente provato dal dramma del fratello, trova inaspettatamente una via d'uscita allo stato di prostrazione in cui è precipitato e che sarà la sua fortuna: la letteratura. Nel 1929-30 in Svizzera in pochi mesi scrive il suo capolavoro letterario "Fontamara" che viene pubblicato soltanto nel 1933 a Zurigo, dove nel frattempo Silone si trasferisce entrando in contatto con l'ambiente fervido culturalmente che la città offre anche grazie alla presenza di numerosi rifugiati politici in cui spiccano importanti artisti, intellettuali, letterati.
Nel periodo del suo soggiorno zurighese (che si protrarrà sino a dopo la fine del conflitto bellico), Silone è molto attivo sul fronte culturale collaborando ad una piccola casa editrice. Pubblica un saggio politico e una raccolta di racconti di stampo satirico scritti per un giornale svizzero. Nel 1936 è la volta del romanzo Vino e pane.
Grazie al nuovo successo letterario Silone diviene ormai stabilmente intellettuale di primissimo piano nella vita culturale europea, viene invitato a collaborare con importanti riviste politiche ma Silone, ancora toccato dall'esperienza dell'uscita dal partito, non accetta. Dopo diverse vicende, in concomitanza con l'entrata in guerra dell'Italia, entra a far parte del Centro Estero del Partito Socialista, diventandone segretario col nome clandestino di "Sormani".
Nel 1941 esce in tedesco "Il seme sotto la neve" . Nel dicembre dello stesso anno Silone conosce a Zurigo Darina Laracy, giovane giornalista irlandese, che sposerà a Roma quattro anni più tardi.
Nel 1942 ad una conferenza attacca il marxismo la cui involuzione dogmatica è, per lo scrittore, «una delle tragedie della nostra epoca», riscoprendo l'eredità cristiana e auspicando il federalismo per l'Europa .
Il 13 ottobre 1944 Silone rientra in Italia, dopo anni di esilio. Lo scrittore pescinese inizia la sua attività culturale anche in Italia, mostrando subito alcuni lati del suo anticonformismo, prendendo posizione contro l'antifascismo di facciata e manifestando la sua contrarietà ad ogni epurazione.
Nel 1946 fonda e dirige il periodico Europa socialista, al quale dedica notevoli energie e larga parte del suo tempo, tanto da vedersi costretto a rinunciare all'incarico di Ambasciatore italiano a Parigi. Prende parte alla "battaglia" politica all'interno del Partito Socialista, di cui fa parte, muovendosi sul piano della contestazione alla linea affine al PCI e per rivendicare l'autonomia socialista; innovative per l'epoca sono anche le sue posizioni di apertura verso la Chiesa.
Il nuovo romanzo, "Una manciata di more" uscito nel 1952, è un vero e proprio atto d'accusa all'establishement comunista che per Silone appare ormai fagocitato nell'orbita sovietica avendo perso ogni contatto con i problemi reali della classe operaia. Segue attivamente la politica italiana e europea con numerosi scritti e interventi in prima persona.
Nel 1960 viene pubblicato "la volpe e le camelie". Il 1965 è l'anno di pubblicazione di "Uscita di sicurezza". È questa l'opera che inizia a dargli i primi reali riconoscimenti della critica italiana, anche se più da parte dei cattolici che dei marxisti, che non gli perdonano le idee manifestate in passato. Ma la consacrazione definitiva di Silone in patria, ancorché tardiva, giunge con il 1968, anno in cui esce L'avventura di un giovane povero", il suo ultimo libro pubblicato in vita.
Negli anni vince numerosi premi e riceve diverse lauree honoris causa. Nel 1977, anziano e malato, inizia a scrivere un nuovo romanzo "Severina", che però non riesce a finire, muore a Ginevra nel 1978.

La trama:
Pietro Spina, personaggio principale del precedente romanzo "Vino e pane", un intellettuale comunista, continua il suo viaggio in una società che assume l'aspetto di un paesaggio ricoperto di neve. La nonna, Donna Maria Vincenza, per salvare Pietro tornato al suo paese natale, dopo essersi scontrata con il rifiuto del figlio Don Bastiano, chiede aiuto al notabile della contrada, Don Coriolano, affinché si rechi a Roma a chiedere il perdono governativo per il ribelle. Ma Pietro, orgoglioso, respinge la grazia e, dopo aver vissuto a lungo in una spelonca dove ha ricevuto aiuto dal sordomuto Infante, va a vivere ospite di Simone. I due, assieme ad Infante, nel frattempo rintracciato da Pietro e condotto a vivere presso di loro, intrecciano un forte legame di amicizia basato sulla vita a contatto con la natura e ai margini della società. Nel timore che il suo nascondiglio venga rivelato dalla famiglia avversaria degli Spina, Pietro ripara nel paesino di Acquaviva, alloggiando sotto mentite spoglie in un albergo; qui nasce l'idillio con Faustina, giovane donna già conosciuta in gioventù ed oggetto di del suo amore segreto. Intanto, Infante è arrestato, in quanto creduto colpevole di aver contraffatto con punti interrogativi le scritte inneggianti al regime fascista presenti sui muri del paese. Pietro si mette alla sua ricerca, nonostante l'intervento di Don Severino che lo prega di accogliere di nuovo con sé Faustina e di mettersi con lei in viaggio per coronare il loro amore e rifarsi una vita all'estero. Ma l'attaccamento per la sorte dello sventurato cafone sordomuto prevale e, raggiunto Infante, nel frattempo uscito di galera, lo consegna al padre Giustino emigrante rientrato dall'America. Ma l'epilogo è tragico. Pietro scopre Infante quale autore del parricidio e, in un gesto estremo di sacrificio ed altruismo, si consegna ai Carabinieri in vece dello sventurato e consentendogli la fuga, si autoaccusa del delitto che non ha commesso.
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